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Studio Asmn-Unibo sui primi segnali dell’Alzheimer

I primissimi sintomi dell’Alzheimer sono nascosti tra le pieghe del linguaggio parlato, o meglio in alcuni piccoli errori. A dirlo è uno studio di recente pubblicazione frutto dell’attività di un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna in collaborazione con i professionisti dell’Unità di Neuropsicologia Clinica dell’Arcispedale Santa Maria Nuova IRCSS di Reggio Emilia. Grazie a particolari tecniche di analisi linguistica potrebbe essere possibile individuare i primissimi segnali dell’Alzheimer. Titolo del lavoro, co-finanziato dal MIUR, “Speech Analysis by Natural Language Processing Techniques: A Possible Tool for Very Early Detection of Cognitive Decline?”. Tra gli autori la dottoressa Daniela Beltrami e il dottor Enrico Ghidoni della Neurologia reggiana diretta dal dottor Franco Valzania.

Gli studiosi sono riusciti a individuare specifiche alterazioni nell’uso della lingua parlata in pazienti che presentano i primi segni di deterioramento cognitivo. Un metodo che potrebbe anticipare notevolmente il riconoscimento dell’insorgere della malattia e consentire di attivare così per tempo misure terapeutiche adeguate ad alleviare l’impatto nella vita quotidiana. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Aging Neuroscience, il lavoro collega neuroscienza e linguistica applicando strumenti di analisi del linguaggio a un problema medico urgente come il riconoscimento precoce del decadimento cognitivo.

Il morbo di Alzheimer è una malattia che, a causa di un’alterazione delle funzioni cerebrali, provoca il declino progressivo sia della memoria che delle funzioni cognitive, fino alla perdita completa dell’autonomia. Prima di manifestarsi in modo evidente, però, l’Alzheimer attraversa una fase che può durare diversi anni, durante la quale, nonostante i sintomi siano minimi, la malattia è al lavoro. Individuare i segnali della presenza dell’Alzheimer già in questa fase “pre-sintomatica”, aumenta la potenzialità delle cure disponibili e di quelle future, in quanto agiscono su un sistema solo parzialmente compromesso e quindi più sensibile al trattamento, sia esso farmacologico o di riabilitazione cognitiva.

Nello studio clinico sono stati coinvolti 96 partecipanti, metà dei quali con segni di deterioramento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment), una condizione che può precedere l’insorgere del morbo di Alzheimer. Durante l’esperimento, a ogni partecipante è stato chiesto di descrivere a parole prima i dettagli di un’immagine, poi una loro tipica giornata di lavoro e infine l’ultimo sogno che ricordavano. Le risposte sono state analizzate utilizzando tecniche di elaborazione del linguaggio capaci di esaminare il ritmo e il suono delle parole, l’uso del lessico e della sintassi e altri dettagli. Confrontando le risposte dei soggetti affetti da deterioramento cognitivo lieve con quelle dei soggetti privi di disturbi, la sfida dei ricercatori era trovare segnali della presenza di deterioramento cognitivo che i test neuropsicologici convenzionali non sono in grado di identificare. Una sfida che, al termine dell’analisi, ha restituito i risultati sperati.

“Oltre che per la diagnosi precoce della demenza – precisa Enrico Ghidoni, neurologo dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia – questo strumento potrebbe aiutare anche il riconoscimento di sintomi cognitivi in malattie croniche o trattamenti farmacologici inappropriati: condizioni che sono spesso reversibili”.





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